Roberto Savi_it - marco minguzzi

Vai ai contenuti

Menu principale:



La fossilizzazione dell’immagine


“La richiesta di comunicazione è
presuntuosa e assolutamente
irrilevante. L’osservatore non vedrà
altro che ciò che le sue paure,
speranze o la sua istruzione gli
hanno insegnato a vedere.”
Clyfford Still

.............................................................................................................................                                                              


Per un osservatore attento non è raro individuare entro la superficie di un quadro di Marco Minguzzi la
sedimentazione di resti o le tracce dell’esperienza visiva dell’uomo. Una persona che esamini
attentamente gli strati che compongono le immagini create dall’artista può scoprirvi simboli e linguaggi
che appartengono alla società contemporanea.
Questa scoperta, possibile anche a livello dilettantistico, sta a dimostrare che le immagini che
costituiscono il nostro universo visivo più celebrato si sono formate nel fondo di un mare e che eventi
sociologici posteriori le hanno trasportate nella loro posizione attuale.
Lo scopo delle fossilizzazioni d’immagini è anche questo: ricostruire, assieme all’intero albero
genealogico visivo dell’uomo, le complesse vicende che hanno visto gli uomini della società moderna
unirsi per poi dividersi, come le montagne sorgere dal mare e le stesse montagne tornare al mare sotto
forma di minuscoli detriti. Ogni pezzo d’immagine, ogni frammento fossilizzato, è una testimonianza
tangibile dell’epoca contemporanea odierna. Il lavoro dell’osservatore porta così a scoperte
imprevedibili.
Nella contemporaneità l’inizio della scomparsa di alcune forme di comunicazione da tutti gli ambienti
della società nei quali vivono gli uomini sta ad indicare che improvvisamente mutano le condizioni
sociali che ne garantiscono l’esistenza. E la scomparsa di forme di linguaggio, dominatrici incontrastate
di tutta un’epoca, consente l’affermazione di altre forme, prime fra tutte quella telematica e virtuale.
Ma il lavoro dell’osservatore non è ancora finito. Soprattutto all’origine delle nuove forme di
comunicazione e sulla loro evoluzione le ricerche artistiche attuali si vanno facendo sempre più serrate
ed ogni nuova scoperta sembra rimettere in discussione teorie che si ritenevano definitivamente
consolidate.
Le opere di Marco Minguzzi esaminano compiutamente i metodi di studio utilizzati in
quest’appassionante ricerca dell’immagine e portano alla conoscenza del pubblico, grazie a delle
composizioni estremamente visionarie, ricche di notizie e dati, e ad un apparato iconografico di tutto
valore, i risultati raggiunti in tanti anni di ricerche.
La figurazione rimane una costante nell’attività trentennale dell’artista, anche quando sembra dissociarsi
sotto i colpi di una gestione dell’immagine o ridursi ai minimi termini di una composizione
apparentemente brut, anche quando si trasforma in teatro o si emancipa dai supporti tradizionali per
applicarsi a tutto ciò cui è matericamente applicabile. In Minguzzi l’analogicum figurativo costituisce
ancora un terreno di comunicazione indispensabile a chi non voglia chiudersi nell’autismo elitario
nell’arte ad esclusiva dimensione di critico, uno strumento fondamentale nella determinazione del
rapporto fra scrittura e pittura, fra visione ed emozione, fra istinto e ragione, fra conoscenza ed
inconscio, alla ricerca di un’infanzia espressiva perduta.
Non è un caso, allora, che l’avvicinamento di Minguzzi alla tecnologia, meglio ancora alle possibilità di
comunicazione e di linguaggio che rappresenta, nasce da un’attenta osservazione della società, dove tra i
suoi individui esistono appunto nuove forme di linguaggio e comunicazione.
La poetica che emerge dalle opere di Marco Minguzzi è una ricerca sul frammento dove l’immagine
inserita nel contesto della superficie del quadro si divide sotto l’azione delle possibilità di linguaggio e di
comunicazione che coprono lo spazio e sono metafora del tempo, del nostro presente.
È una rappresentazione interamente esistenziale e dinamica, come presa di coscienza di una posizione
critica ed autocritica che diventa dialogo persistente con il risultato compositivo, grazie alla scelta di
argomenti familiari che portano verso altri percorsi, verso altri centri di attenzione ed attrazione.
Immagini quotidiane assumono valenze differenti, in una cornice visionaria capace di cogliere orizzonti
multipli imprigionando i linguaggi. Immagini che in una variante metaforica – lessicale – trasmutano in
Torre di Babele l’inutilità pratica dell’uso quotidiano delle immagini stesse, ritenute utili le quali, animate
da vita propria, si sottraggono a questa sorta di violenza passiva: è la rivolta, la reazione salvifica delle
immagini che, consapevoli del loro ruolo disarmonico, si sdoppiano, si moltiplicano nei linguaggi e nelle
forme di comunicazione, creando una situazione di caos primordiale madre primigenia di tutti gli
idiomi, dell’umano e dell’inumano.
L’immagine così costruita ed interiorizzata, è il piano di consultazione che non dà più sostegno e lascia
libere le forme di linguaggio di raggiungere il proprio fine, di adempiere questa volontà di disgregarsi
nel frammento in una confusione – o sincretismo – di chi, ricevendo il messaggio, è partecipe del senso
di disorientamento e sgomento della nostra epoca, caratterizzata dall’assenza di confini.
Il quadro nasce in seguito allo svilupparsi in parallelo dell’immagine che l’artista gestisce e che va a
comporre: da una parte sul piano visivo inserendo nel contesto un’immagine estrapolata e ripresa
dall’universo telematico o virtuale, dall’altro sul piano del linguaggio, inserendo un complesso insieme
di lettere e numeri che altro non sono che la stessa immagine visiva rappresentata con un’altra forma di
comunicazione, in questo caso, un linguaggio di programmazione elettronico. Quasi ad affermare uno
dei sette principi ermetici del Kybalion, il principio della corrispondenza: “Ciò che sta sopra è come ciò
che sta sotto”.
Marco Minguzzi si concentra nell’elaborazione di cifre iconiche, lettere dell’alfabeto e numeri in un
insieme di codici di linguaggio di programmazione, che rimandano alla subcultura tecnologica della
contemporaneità ma che rivelano anche lo sforzo nell’apprendimento, simbolo del desiderio –
dell’artista – di integrarsi e di essere capito dalla società.
Queste opere ci presentano la ricca sensibilità poetica dell’artista, che identifica la sua vita e la sua arte,
entrambe tese alla ricerca di un senso e di un significato profondi. Sono composizioni di grande forza
espressiva in cui il colore, non a caso bianco o nero, si confonde e quasi cancella il linguaggio del codice
di programmazione, tipico del suo “linguaggio visivo”. Questo viene disposto in maniera ripetitiva ed
ordinata, come una litania ossessiva, che esprime lo stato d’animo smarrito ed inquieto dell’artista, che
cerca di dare forma ed ordine alle sue angosce.
Nessuna concessione alle mode nel linguaggio di Marco Minguzzi, così sensibile alla contemporaneità.
Altrimenti perché affidare la propria anima al racconto delle immagini? Esse fanno presente il passato,
attualità il ricordo. Ed è forse questo, viste le tendenze attuali dell’arte contemporanea, il contributo più
lucido e consistente che ci abbia offerto Marco Minguzzi, assai più lungimirante di tanti suoi colleghi
abbagliati da un facile successo.
Roma, 30 Aprile 2006
Roberto Savi

 
Copyright 2015. All rights reserved.
Torna ai contenuti | Torna al menu